AI e Emozioni: chi vincerà nel marketing dei prossimi anni
Attualmente nel business e nel marketing online convivono due anime: c’è quella iper-razionale delle ricerche di mercato, dei test A/B, dei dati e dei tracciamenti, dei chatbot AI e della personalizzazione estrema.
E c’è quella delle emozioni: lo storytelling divertente, commovente, drammatico, comico che tocca corde profonde dell’animo umano, capace di generare una community che diventa platea di mercato senza alcun intervento “intelligente” o tecnologico, se si escludono i social trampolino di lancio.
In questo senso il valore del “fattore umano” e della capacità di emozionare, appare ancora adesso difficilmente replicabile dall’AI.
Ma la domanda è: l’AI riuscirà a soppiantare le emozioni?
E le aziende dove dovranno guardare per gli investimenti, agli algoritmi intelligenti o alle storie delle persone?
In questo articolo cerchiamo di dare una risposta, analizzando i due scenari nei quali ci troviamo e spulciando nelle previsioni degli esperti.
Chi vincerà nel business tra l’AI e il marketing delle emozioni?

Mentre scriviamo ci raggiunge una notizia: la fintech svedese Klarna che appena un anno fa aveva sostituito 700 collaboratori in carne e ossa con un chatbot, annuncia una parziale retromarcia e torna ad assumere umani nella gestione del servizio clienti.
Le persone non amano parlare con i chatbot
La multinazionale svedese spiega che i chabot non si sono dimostrati all’altezza del compito assegnato: i clienti si sono trovati spesso intrappolati in lunghe conversazioni, costretti a ripetere più volte le stesse domande, ricevendo talvolta anche informazioni sbagliate. E soprattutto hanno sofferto la mancanza totale di empatia.
Non è una novità: già alcuni studi evidenziavano come l’80% dei consumatori preferisce parlare con persone umane, il 64% dei clienti preferisce che le aziende non utilizzino l’intelligenza artificiale per il servizio clienti e che il tasso di fiducia nei confronti degli agenti di intelligenza artificiale è largamente inferiore rispetto a quello per le persone fisiche.
Ma anche dopo questa parziale retromarcia in favore dell’umano, la domanda resta tutta: chi è destinato a vincere, tra AI e marketing umano ed emozionale, almeno nello scenario breve del prossimo decennio?
Per tentare di dare una risposta, diamo uno sguardo alla situazione attuale.
Lo stato dell’AI nel marketing online
Già adesso possiamo constatare come piattaforme di CRM potenziate dall’intelligenza artificiale siano capaci di orchestrare l’intero customer journey in modo autonomo.
Nello scenario AI-driven vediamo:
- Micro-targeting in tempo reale: ogni interazione (clic, scroll, apertura email) viene analizzata all’istante per proporre l’offerta più pertinente.
- Automazione dei contenuti: dall’email marketing ai post social, copy e creatività vengono generati “al momento” sulla base dei dati di navigazione e acquisto.
- Efficienza e scalabilità: i costi di personalizzazione scendono drasticamente, permettendo anche ai piccoli e-commerce di competere con grandi player.
Già oggi l’AI è capace di comprendere in modo ultra accurato tutti gli step del customer journey. Amazon affina il suo recommendation engine analizzando ogni click e cronologia d’acquisto per suggerire prodotti rilevanti, mentre Netflix personalizza banner e anteprime con continue sperimentazioni A/B, cercando di intercettare i gusti di ciascun utente in modo quasi predittivo.
Lo stato dello scenario emozionale
Parallelamente, il marketing emozionale vive forse uno dei massimi momenti di rilevanza. Gli elementi che ne fanno una strategia vincente sono:
- Storytelling autentico: le storie di brand e fondatori, raccontate con spontaneità, costruiscono fiducia e senso di appartenenza.
- Community engagement: eventi live, challenge su TikTok, dirette Instagram e gruppi dedicati trasformano i clienti in co-creatori e ambasciatori spontanei.
- Valore percepito: il legame emotivo giustifica un prezzo premium e crea difesa reputazionale anche in momenti di crisi.
In particolare, lo scenario del marketing emozionale punta tutto sulla capacità di raccontare storie autentiche e di creare un senso di appartenenza che poi sfocia in vero e proprio business online (e offline) senza l’ausilio e l’intervento di ricerche di mercato”.
I micro e macro influencer
Senza citare il solito esempio di Chiara Ferragni, possiamo notare come molti fenomeni social virali siano poi diventati vere e proprie aziende con fatturati importanti.
l fenomeno dei panini “con mollica o senza” nato su TikTok ha trasformato Donato De Caprio in un franchisor grazie all’ironia e all’empatia che scaturiscono dai suoi video virali.
Come scrive Fan Page analizzando il primo bilancio dell’attività del Tiktoker:
“Donato De Caprio lavorava come salumiere da Ai Monti Lattari, locale di Napoli specializzato in affettati e formaggi. Inizia a riprendersi mentre prepara i panini. I suoi video su TikTok diventano virali, anche Bella Hadid diventa sua fan. Dopo l’esplosione sui social il 2 febbraio del 2023 De Caprio insieme a Steven Basalari fondano il loro brand: Con Mollica o Senza. Il capitale sociale è di 10.000 euro, diviso esattamente a metà tra Donato De Caprio e Steven Basilari. Il primo fatturato è stato di 1.496.712 euro”.
Al momento i due hanno quattro negozi in Italia: Napoli, Roma, Bari e Milano. Più una dark kitchen, un locale dedicato solo al delivery.
Un altro brand di riferimento del marketing emozionale è New Martina, brand nato dall’attività social della tiktoker Carmen Fiorito per i suoi video in cui cambia cover e pellicole agli smartphone, trasformando un gesto semplice in un vero e proprio fenomeno virale.
Partendo da semplici cover per smartphone – ha costruito un impero da 3 milioni di euro puntando su challenge social e dietro le quinte della produzione, trasformando ogni cliente in un appassionato storyteller del suo marchio.
E di esempi come questi ce ne sono tanti. Tutti brand nati dal “fattore umano”, senza alcun intervento dell’AI. E allora la domanda non può che essere:
L’AI potrà produrre emozioni come un umano?
Negli ultimi anni i modelli generativi hanno fatto passi da gigante nel produrre contenuti “emotivi”:
Copywriting emozionale
GPT e analoghi sanno ormai calibrare tono, ritmo e lessico per suscitare gioia, nostalgia o urgenza in un testo promozionale.
Nel copywriting, ad esempio, GPT può scrivere email che giocano con l’urgenza (“Solo 2 ore rimaste per aderire!”), la nostalgia (“Ti ricordi la prima vacanza spensierata?”) o la gioia (“Festeggia con noi il lancio esclusivo!”), adattando lessico e ritmo al profilo psicografico del destinatario.
Visual storytelling
AI di generazione immagini e video creano scene capaci di richiamare stati d’animo forti e riconoscibili.
Strumenti come Midjourney e DALL·E generano immagini cariche di atmosfera – basti pensare a un paesaggio innevato al tramonto o a un ritratto che evoca tenerezza – mentre RunwayML e simili permettono già la creazione di brevi clip video capaci di condensare stati d’animo specifici in pochi secondi.
Personalizzazione creativa
Combinando dati di profilazione con modelli neurali, è possibile inviare ad ogni utente una storia leggermente diversa, ottimizzata per il suo profilo psicografico.
Un e-commerce può inviare a un appassionato di montagna una landing page dove scorrono foto di escursioni con un claim che parla di “avventure indimenticabili”, mentre a un estimatore di design urbano mostra ambientazioni metropolitane eleganti, tutto in automatico e in tempo reale.
I limiti “umani-digitali”
Tuttavia, nonostante questi progressi, per l’Ai restano barriere difficili da superare:
L’assenza di esperienza vissuta
L’AI impara pattern e correlazioni, ma non prova emozioni in prima persona. Non conosce l’emozione vera di una opportunità appena colta, né l’entusiasmo genuino di un consumatore soddisfatto.
Questo porta a contenuti impeccabili ma talvolta freddi, privi di quell’imperfezione – la pausa naturale in un video, un’off-the-record confessionale o un’espressione spontanea – che spesso crea connessione emotiva.
Empatia computazionale vs. umana
Un algoritmo può riconoscere uno stato d’animo (sentiment analysis), ma fatica a restituire la profondità e la spontaneità dell’empatia autentica.
Anche i più avanzati sistemi di sentiment analysis riconoscono rabbia, gioia o tristezza in un testo o in un’immagine, ma falliscono quando le emozioni sono complesse, stratificate o in rapido mutamento.
In pratica, l’algoritmo capisce il “cosa” – identifica lo stato d’animo – ma fatica a replicare il “come” – la profondità e la calda autenticità della risposta umana.
Questo perché spesso sono proprio le imperfezioni a creare le emozioni: gli errori, le pause, le intonazioni imprevedibili di un umano consentono la connessione emotiva.
Il marketing AI dei prossimi anni
Secondo gli esperti, nei prossimi dieci anni assisteremo a un’AI sempre più “sfumata”:
I modelli impareranno a replicare pattern emozionali complessi, riducendo il gap con il linguaggio umano. Vedremo chatbot e avatar animati capaci di modulare tono, ritmo e persino micro-espressioni per suscitare coinvolgimento.
Eppure, il vero “pathos” — quel brivido dato dall’autenticità e dall’imperfezione — resterà il dominio del fattore umano. I brand più riusciti saranno quelli che useranno l’AI per potenziare, non per sostituire, la creatività emotiva delle persone.
Quanto conta oggi il “fattore umano” e quanto conterrà in futuro?
Nel panorama attuale, i micro-influencer sono diventati protagonisti nella vendita di nicchie di prodotto: con community di 10–50 mila follower, riescono a generare tassi di engagement del 5–8 % grazie a raccomandazioni percepite come consigli personali.
Un beauty brand che coinvolge un micro-influencer locale può vedere un picco immediato nelle conversioni, poiché il pubblico riconosce nell’autenticità del creator un valore superiore rispetto a una classica sponsorizzata.
Creativi e storyteller oggi
I contenuti “dietro le quinte” e i video improvvisati conquistano fiducia: un podcast in cui il fondatore racconta la genesi del prodotto o un livestream dalle sedi produttive trasmettono calore e leggerezza.
In settori come il food-tech, un video che mostra il processo artigianale, con le piccole imperfezioni di chi lavora, emoziona più di un video perfettamente montato da un algoritmo.
Ruolo del creativo domani (5–10 anni)
Nel prossimo decennio il creativo assumerà il ruolo di “curatore di esperienze”: anziché produrre ogni contenuto da zero, collaborerà con l’AI per generare idee, storyboard e bozze.
Pensiamo a un copywriter che usa modelli generativi per sfornare venti varianti di headline, scegliendo poi quella che più risuona con l’anima del brand. Il valore aggiunto sarà la visione strategica e la sensibilità umana, non la semplice esecuzione.
Community co-creation
Il futuro del marketing emozionale vedrà le community trasformarsi in veri co-designer: challenge e contest non saranno più strumenti occasionali, ma processi integrati nel ciclo di vita del prodotto.
Un marchio di arredamento potrebbe invitare i suoi fan a proporre moodboard, poi tradotte da tool AI in bozzetti digitali e infine votate dalla stessa community, creando un senso di appartenenza ancora più forte.
Il premium dell’autenticità domani
In un mercato saturo di personalizzazione algoritmica, l’imperfezione umana diventerà un vero asset: una risposta spontanea su Instagram, un errore in un video TikTok, un aneddoto non pianificato in una newsletter.
Questi “fuori copione” saranno sempre più ricercati dal pubblico e giustificheranno premium price, rafforzando la loyalty in modo che nessun algoritmo potrà mai replicare completamente.
Cosa dicono gli esperti
L’intelligenza artificiale valorizzerà il contributo umano, non lo soppianterà” afferma Karim Lakhani docente di tecnologia ad Harvard, che sottolinea come il vero vantaggio competitivo nasca dalla collaborazione tra persone e macchine: chi padroneggia gli strumenti di AI potenzia le proprie performance, mentre chi li ignora rischia di restare indietro.
Nel prossimo decennio nessuna singola leva basterà a garantire il successo: assisteremo a un vero “ecosistema umano-digitale”, in cui AI ed emozioni si alimentano a vicenda.
Come afferma Philip Kotler in Marketing 5.0 si farà strada l’approccio “technology for humanity”, in cui le tecnologie – tra cui AI, sensoristica e analytics – sono messe al servizio di un’esperienza cliente sempre più coinvolgente e centrata sulle emozioni: un connubio indispensabile per i prossimi 5–10 anni
L’autenticità umana resterà comunque insostituibile. In Emotional AI: The Rise of Empathic Media, si avverte come il pericolo di un eccesso di automazione emotiva (strumenti di facial coding o chatbot empatici) possano arricchire l’engagement, ma senza la “scintilla” umana – l’imperfezione, il vissuto, l’empatia autentica, l’emozione rischia di apparire artefatta.
Conclusione
Non è una sfida, è una sinfonia.
Nei prossimi dieci anni, il marketing non sarà una guerra tra intelligenza artificiale ed emozioni umane, ma una sinfonia tra precisione algoritmica e profondità empatica.
L’AI diventerà sempre più abile nel comprendere comportamenti, prevedere bisogni e automatizzare processi, ma il suo vero potenziale dipenderà, almeno per il prossimo decennio, da un’intelligenza umana capace di generare fiducia, ispirazione e appartenenza.
Chi costruisce e-commerce o aziende B2B dovrà scegliere se restare freddamente efficienti o scaldare il cuore dei propri clienti. Ma la vera forza starà nell’integrazione: usare l’AI per liberare tempo, conoscere meglio il pubblico e rendere ogni interazione più significativa, e allo stesso tempo coltivare relazioni autentiche, creatività, narrazione, tono di voce.
Il futuro del marketing, insomma, non è binario. È umano aumentato. Dove i dati illuminano la strada, ma sono ancora le emozioni a farci muovere.







