Il “Consumatore contraddittorio” e altri trend di marketing per il 2026, nel rapporto GWI
Come sarà il marketing del 2026 e oltre? Siamo entrati nell’era del “consumatore contraddittorio” le cui decisioni d’acquisto “sfuggono alla rigida distinzione tra impulso e pianificazione”. Anche perché tra “social media che, lungi dal morire, dominano le nostre vite per oltre 13 ore a settimana trasformandosi in piattaforme di puro intrattenimento”, e una nuova generazione, “l’Alpha ovvero i sedicenni di oggi che mostrano una relazione con la rete diversa e distante dalle precedenti” il 2026 per il marketing si annuncia l’anno in cui i brand dovranno “colmare il divario tra intenzione e comportamento del consumatore”, una figura che presenta nuove complessità con il quale le aziende dovranno fare i conti.
Si, state per leggere cosa dice l’ennesimo rapporto sui trend previsti nel marketing del 2026, ma in questo caso è una lettura che vale la pena. GWI è una società di ricerche di mercato globale che fornisce l’accesso a dati che rappresentano oltre 3 miliardi di consumatori in tutto il mondo. Enormi quantità di dati grezzi vengono trasformati in insight profondi, permettendo alle aziende di passare da decisioni basate sull’intuizione a strategie basate sui dati.
I suoi rapporti sono tenuti in alta considerazione per diverse ragioni fondamentali legate alla metodologia, alla scala e alla qualità del dato grazie alla sua base di ricerca di oltre 2 milioni di risposte a sondaggi annuali.
Cosa dice il rapporto GWI Connecting the Dots: 5 major marketing trends 2026

Il rapporto analizza le cinque tendenze di marketing dominanti previste per il 2026. Descrive come l’intelligenza artificiale stia trasformando il settore. Un punto centrale riguarda il comportamento dei consumatori, che appare sempre più contraddittorio a causa di una crescente discrepanza tra le intenzioni dichiarate e gli acquisti impulsivi.
Nonostante i frequenti annunci del suo declino, i dati confermano che i social media restano il canale mediatico principale, evolvendosi da piattaforme di connessione a hub di intrattenimento puro.
Infine, il documento esamina l’ascesa della Generazione Alpha e il profilo dei nuovi tifosi dei Mondiali di calcio 2026, i quali preferiscono l’interazione digitale e il gaming ai media tradizionali. Per avere successo, i marchi devono integrare strumenti tecnologici e creatività umana per intercettare queste dinamiche fluide.
Le 5 tendenze principali per il marketing del 2026
Vediamo allora da vicino i trend individuati da GWI che interesseranno tutto il 2026 e oltre.
1. L’AI nel Marketing: dagli insight generici a quelli strategici
L’intelligenza artificiale ha travolto l’industria del marketing con una velocità senza precedenti. Tuttavia, il rapporto GWI evidenzia un paradosso pericoloso: mentre l’adozione dell’IA è quasi universale tra i professionisti (84% negli USA), la qualità degli insight prodotti sta diventando pericolosamente “generica e stereotipata”.
Il problema risiederebbe nel “carburante” dell’AI. La maggior parte degli strumenti attinge a dati provenienti dall’open web, che sono spesso obsoleti, parziali o non segmentati. Il risultato? Strategie che raccomandano le stesse cose a tutti.

Cristina Lawrence di Razorfish avverte che l’AI non deve essere considerata un’idea creativa finita, ma uno strumento che richiede il talento umano per non sbagliare “su scala”. La vera opportunità per il 2026 non è usare l’AI per avere risposte veloci, ma integrarla con dati consumer strutturati e affidabili.
I marketer che collegano l’AI a fonti di verità granulari vedono benefici strutturali: una comprensione del cliente più profonda del 55% e la capacità di generare insight inaspettati nel 58% dei casi.

L’intelligenza artificiale non deve essere trattata come una strategia a sé stante o come un’idea creativa finita, ma come uno strumento la cui forza dipende interamente dal talento umano che lo guida e dai dati su cui viene addestrato. Le raccomandazioni sono:
Alimentare l’AI con dati strutturati e affidabili
La sfida principale è che la maggior parte degli strumenti di IA attinge a dati del web aperto che sono spesso vecchi, incoerenti, parziali e non segmentati. Questo porta a insight mediocri o stereotipati (ad esempio, l’idea che la Gen Z si interessi solo di TikTok).
È fondamentale passare da risposte basate sul web-scraping a insight “grounded in truth” (basati sulla verità), integrando l’IA con dati consumer strutturati e affidabili.
I marketer che collegano l’IA a dati di mercato solidi hanno il 58% di probabilità in più di ottenere insight inaspettati o innovativi e il 55% di probabilità in più di approfondire la comprensione dei clienti.
Integrare l’AI nei flussi di lavoro tramite il “Model Context Protocol” (MCP)
Fino a poco tempo fa, integrare nuove fonti di dati negli agenti di AI era un processo complesso e macchinoso.
Sfruttare tecnologie come l’MCP per connettere i dati a qualsiasi agente (ChatGPT, Gemini, Copilot o strumenti interni). Questo permette di generare dinamicamente insight basati su definizioni di audience accurate e dati aggiornati in tempo reale.
Mantenere la supervisione umana come punto focale
L’IA è straordinaria nel rilevare anomalie o “momenti in cui la matematica e la motivazione non coincidono”, ma identificare l’anomalia è solo metà del lavoro.
Utilizzare la velocità dell’IA per far emergere i dati quindi si, ma poi affidarsi alla curiosità, all’intuizione e al giudizio umano per decodificare le tensioni sottostanti e capire perché un fenomeno sta accadendo.
Considerare l’intuizione dei propri strateghi come un’ulteriore fonte di dati; se insegnata all’AI aziendale, questa può diventare un vantaggio competitivo unico.
Ottimizzare la spesa tramite un targeting preciso
Molti piani media generati dall’AI generica tendono a raccomandare “ogni singolo canale tradizionale e digitale esistente” perché cercano la risposta più logica e mainstream.
Usare l’AI non solo per la velocità, ma per ottimizzare la spesa pubblicitaria. Collegando dati consumer affidabili, è possibile affinare il targeting e passare da strategie generiche a decisioni autonome su scala più intelligenti.
In sostanza, il rapporto avverte che: “usare l’AI con dati generici del web è come cercare di guidare un’auto da corsa di Formula 1 alimentandola con carburante agricolo: la macchina è potente, ma le prestazioni saranno deludenti”.
I marketer devono quindi agire come ingegneri di pista, fornendo all’AI il “carburante” ad alto numero di ottani (dati strutturati e affidabili) e mantenendo sempre le mani sul volante per interpretare le curve più complesse del mercato.
2. Il Consumatore contraddittorio
Uno dei capitoli più provocatori del rapporto riguarda il divario tra ciò che i consumatori dichiarano e ciò che effettivamente fanno. Diciamo di tenere alla privacy, ma cediamo i nostri dati per un servizio gratuito; diciamo di essere ambientalisti, ma compriamo prodotti che non lo sono.
Il 2026 segnerà il tramonto della distinzione netta tra “acquisto pianificato” e “acquisto impulsivo”.
Analizzando milioni di risposte, GWI ha scoperto che anche nei settori ad alto costo, come il lusso o l’automotive, la linea è sfumata. Ad esempio, il 50% di chi si definisce “sempre impulsivo” nell’acquisto di beni di lusso ha in realtà già un prodotto specifico in mente.

L’impulso non è quindi un capriccio improvviso, ma l’attivazione di un desiderio latente che ha raggiunto un “punto di rottura della fiducia”.
Anche chi compra un’auto in meno di due settimane considera lo stesso numero di marchi di chi impiega un anno; semplicemente, ha attinto a una riserva di consapevolezza preesistente.
Le strategie chiave suggerite sono:
1. Trattare il consumatore come se fosse “sempre sul mercato”
Una delle raccomandazioni principali è abbandonare la dipendenza da momenti di marketing stagionali, come il “Back to School” o le festività. Poiché la domanda è “evergreen” e l’impulso all’acquisto è estremamente personale, i brand devono agire partendo dal presupposto che il consumatore sia costantemente in una fase di potenziale acquisto. Non si può mai sapere quale specifico stimolo individuale spingerà finalmente un utente a completare l’acquisto.
2. Riconoscere l’impulso come “attivazione di un desiderio latente”
I marketer devono smettere di considerare l’acquisto impulsivo come un capriccio imprevedibile. Il rapporto rivela che l’impulso è spesso la rapida attivazione di un’intenzione che si è costruita silenziosamente nel tempo.
È necessario quindi “costruire la fiducia in anticipo”: Anche nei settori ad alto costo come l’automotive, chi acquista “d’impulso” in meno di due settimane ha spesso attinto a una riserva preesistente di consapevolezza del marchio.
Ma anche “Identificare il “punto di rottura della fiducia”: Gli acquisti avvengono quando l’intenzione raggiunge un livello critico di confidenza, alimentato da validazione esterna, prove sociali o tempismo favorevole.
3. Passare dal targeting a breve termine alla fiducia a lungo termine
In un contesto globale caratterizzato da incertezza (come tariffe o intoppi nella catena di approvvigionamento), i brand non possono sempre controllare la disponibilità dei prodotti, ma possono controllare la propria influenza.
È necessario quindi “investire nei percorsi culturali”: mostrare il brand all’interno delle giuste comunità e conversazioni culturali ed emotive che modellano le decisioni reali.
Coltivare la domanda latente: Il segreto è essere presenti nei momenti “pre-trigger” che modellano l’azione futura in modo silenzioso.
4. Usare l’IA per mappare i paradossi
I marketer dovrebbero sfruttare l’IA non solo per la velocità, ma per identificare dove i desideri dichiarati (es. “voglio prodotti eco-friendly”) si scontrano con i comportamenti reali.
Trovare opportunità nelle discrepanze: Queste contraddizioni sono ricche di opportunità perché i sentimenti sottostanti (aspirazioni) restano potenti anche se non si riflettono immediatamente nell’azione. L’IA può analizzare milioni di dati in pochi secondi per trovare questi “mismatch” e aiutare i marketer a posizionarsi nel mezzo.
3. Il Mito della morte dei social: la transizione verso l’entertainment
Ogni anno leggiamo titoli sulla morte dei social media, ma i dati raccontano una storia di dominio assoluto. Con oltre 13,5 ore a settimana spese tra social e video brevi, questo media supera il tempo dedicato a TV broadcast, streaming e radio messi insieme. Per la Gen Z, il dato sale a 18 ore.

Tuttavia, il modo in cui viviamo queste piattaforme è cambiato: i social sono diventati meno sociali. Dal 2014 a oggi, la motivazione “incontrare nuove persone” è crollata del 34%, così come la condivisione di opinioni proprie (-25%). Oggi ci colleghiamo principalmente per “riempire il tempo libero” (+51%) e seguire influencer (+50%).
Le piattaforme si sono specializzate: TikTok per l’intrattenimento, Facebook per la famiglia, Instagram per l’estetica. Per i brand, questo significa che non basta più “essere social”; bisogna essere captivating. Gli utenti non cercano conversazioni, ma contenuti che li catturino mentre navigano nel loro “tempo morto”.
Ecco le raccomandazioni strategiche per i marketer basate sui dati del 2026:
Considerare i social come “l’Arena Media Centrale”
Nonostante i titoli sensazionalistici sulla loro fine, il tempo speso sui social media e sui video brevi (circa 13,5 ore a settimana) supera quello dedicato a TV broadcast, streaming e radio messi insieme.
Di cosneguenza, i social media non devono essere un’appendice del piano marketing, ma una funzione centrale e strutturale della pianificazione per il 2026.
Puntare sull’Intrattenimento anziché sulla “socialità”
Il cambiamento più significativo è che i social sono diventati “meno sociali”. Le persone pubblicano meno contenuti originali e interagiscono meno con estranei, ma passano più tempo a consumare passivamente.
Cosa fare allora? “Smettere di cercare solo l’interazione o il commento e focalizzarsi su contenuti che sappiano “catturare” (captivate) l’utente”. L’opportunità risiede nel fornire qualcosa di interessante da guardare mentre le persone cercano di “riempire il tempo libero” (un motivo d’uso cresciuto del 51% dal 2014).
Sfruttare la “Multi-canalità” e la specializzazione delle piattaforme
Globalmente, 1 consumatore su 5 (e 1 su 4 nella Gen Z) è attivo su più di 10 piattaforme diverse. Tuttavia, ogni piattaforma ha un ruolo specifico: TikTok per l’intrattenimento, Facebook per i contatti familiari, Instagram per le foto.
La raccomandazione è: “non replicare lo stesso contenuto ovunque ma adattare la strategia al ruolo psicologico che ogni piattaforma riveste per l’utente.
Fare Leva sulla FOMO e sugli Influencer (specialmente per la Gen Z)
Per la Gen Z, i motivi principali per stare sui social includono evitare di sentirsi esclusi (FOMO) e seguire celebrità o influencer (entrambi i motivi sono il 20% più probabili in questa fascia d’età rispetto alla media).
Di conseguenza, le campagne devono utilizzare influencer e tendenze del momento per creare un senso di urgenza e appartenenza, colpendo la necessità della Gen Z di essere sempre “nel giro” di ciò che accade.
Strategia per i video brevi
Il tempo dedicato ai video brevi (Reels, TikTok) è ormai quasi pari a quello dei post social tradizionali (6h 39m contro 7h 06m a settimana).
La produzione di video brevi e “snackable” deve essere la priorità assoluta per catturare l’attenzione in un ambiente dove l’utente è abituato a scorrere rapidamente (scrolling)
4. L’Evoluzione dei Fan della Coppa del Mondo 2026
Il rapporto GWI dedica un capitolo a parte al più grande evento globale previsto per il 2026, la Coppa del mondo di calcio ospitata in 16 città tra USA, Canada e Messico, vedrà un pubblico radicalmente diverso dal passato.
Le fonti identificano diverse categorie di fan:
- I True Fans (I Veri Fan): “il 72% sono accaniti giocatori di videogame (come EA Sports FC) e vedono il torneo come un ecosistema sociale per connettersi e scambiare tattiche.
- I Virtual Crowd (La Folla Virtuale): consumano il torneo tramite reel e social in brevi momenti durante gli spostamenti e sono molto propensi a seguire i brand (+20%) e a viaggiare a livello internazionale.
- I Reluctant Fans (Fan Riluttanti): spettatori curiosi che seguono l’evento come celebrazione culturale, interessati a cucina, moda e sostenibilità piuttosto che ai risultati sportivi. Le aziende dovranno personalizzare le strategie per raggiungere queste micro-comunità nei loro spazi digitali specifici.
Le raccomandazioni strategiche per i marketer si basano sulla frammentazione del pubblico in micro-comunità con abitudini di consumo specifiche.
Ecco le raccomandazioni dettagliate suddivise per tipologia di pubblico:
Coinvolgere i “True Fans” attraverso il Gaming
I veri devoti del torneo non smettono di interagire con il calcio al fischio finale; per loro, la Coppa del Mondo è un ecosistema sociale che vive sulle console.
Oltre il 70% di questi fan sono giocatori accaniti (specialmente di EA Sports FC), quindi i brand dovrebbero estendere le campagne all’interno dei videogiochi tramite collaborazioni in-game e attrezzature brandizzate.
È utile anche “Sfruttare la competitività trasversale”: oltre la metà di questo gruppo gioca a titoli Battle Royale come Fortnite; le marche possono quindi portare lo spirito del torneo in altri generi di gioco popolari per colpire l’audience dove “vive” online.
Catturare la “Virtual Crowd” con contenuti Mobile-First
Questo gruppo non segue lunghe trasmissioni televisive, ma consuma il torneo in brevi raffiche “snackable” mentre è in movimento.
Priorità al Feed rispetto allo schermo: poiché questi fan hanno il 20% di probabilità in più di seguire i brand sui social e il 41% in più di esplorare prodotti pubblicizzati, la visibilità deve puntare a essere “in-feed” (contenuti social) piuttosto che “on-screen” (spot TV tradizionali).
Targeting basato sulla posizione e il viaggio: la folla virtuale viaggia molto (il 62% fa 3-4 viaggi internazionali all’anno); le raccomandazioni includono campagne geo-localizzate e attivazioni pensate per i momenti di transito o legate ai viaggi.
Attrarre i “Reluctant Fans” tramite la Cultura
Per molti spettatori, la Coppa del Mondo è un evento culturale e non meramente sportivo.
Narrazione oltre i risultati: invece di focalizzarsi su punteggi e tattiche, i brand dovrebbero inquadrare le campagne attorno a temi come cucina, moda, sostenibilità e storytelling.
Responsabilità sociale: questi fan sono il 15% più propensi a esigere che i brand siano eco-friendly o socialmente responsabili; integrare questi valori nella comunicazione risulterà molto più efficace.
5. La Generazione Alpha diventa grande
Nel 2026, i membri più anziani della Generazione Alpha (nati tra il 2010 e il 2024) compiranno sedici anni. È un errore considerarli semplicemente come “mini-Gen Z”; sono una generazione con caratteristiche proprie, influenzata profondamente dalla pandemia e da genitori (principalmente Millennials) molto attenti all’uso della tecnologia.
Alcuni tratti distintivi includono:
- Potere d’acquisto: oltre la metà dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni decide già autonomamente (o co-pilota con i genitori) gli acquisti di videogame, cibo e abbigliamento.
- Ricalibrazione Digitale: nonostante siano nativi digitali, c’è una crescente attenzione verso le attività nel mondo reale. Si registra un aumento dell’interesse per i giochi da tavolo, lo sport e i giocattoli fisici, con il 40% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni che dichiara di prendersi consapevolmente delle pause dai dispositivi.
- Gaming come Terzo Spazio: per loro, il gioco non è solitario ma un luogo per costruire, collaborare e formare amicizie.
Le strategie chiave suggerite dal rapporto:
Evitare la trappola del “mini-Gen Z”
L’errore più comune è trattare la Gen Alpha come una versione in miniatura della generazione precedente. Dani Mariano, CEO di Razorfish, avverte che molte aziende hanno fallito con la Gen Z perché pensavano fossero “mini-Millennials”.
Al contrario, i brand devono studiare le influenze formative specifiche di questa coorte, come l’impatto della pandemia e l’essere figli di genitori Millennial estremamente attenti e informati sulla tecnologia.
Adottare un tono di voce “empowering” e responsabile
I membri della Gen Alpha sono molto consapevoli del loro ruolo e della loro fluidità digitale.
Poiché quasi la metà dei decisori adolescenti ritiene fondamentale essere trattata in base alla propria età, i messaggi di marketing devono essere responsabili ma capaci di infondere fiducia, rispettando la loro maturità senza essere condiscendenti.
Presidiare il gaming come “Terzo Spazio” sociale
Per questa generazione, il gioco non è un’attività solitaria, ma un ambiente per costruire, connettersi e co-creare. John Eckhardt di Discord sottolinea che il gaming è il filo conduttore che unisce le generazioni.
Le piattaforme di gioco devono essere approcciate come “terzi spazi” digitali autentici e collaborativi, dove le connessioni reali vengono forgiate attraverso esperienze condivise e non solo tramite la competizione.
Strategie ibride tra Online e Offline (IRL)
Nonostante siano nativi digitali, la Gen Alpha sta vivendo una “ricalibrazione” verso il mondo fisico. Si registra un aumento dell’interesse per le attività di persona, come gli sport, il cinema e i giochi da tavolo (+8% dal 2023).
I brand dovrebbero creare esperienze che siano un mix tra digitale e fisico. Ad esempio, considerare che il desiderio di giocattoli fisici è cresciuto del 16% e che i ragazzi giocano sempre più ai videogame con amici di persona.
Riconoscere il potere decisionale e la fluidità digitale
La Gen Alpha esercita un’influenza enorme sulle finanze domestiche: oltre la metà dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni decide (da solo o come “co-pilota” dei genitori) su acquisti di videogame, cibo, abbigliamento e app. Tra i 12 e i 15 anni, questa percentuale sale a tre quarti.
Raccomandazione: Le campagne devono parlare direttamente a loro come consumatori competenti. Oltre il 20% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni effettua acquisti online ogni settimana. Il marketing deve quindi facilitare percorsi d’acquisto sicuri e trasparenti che tengano conto di questa autonomia precoce.
Rapporto GWI in conclusione: la sfida da vincere è “decodificare la complessità umana”
In base a ciò che rivela il rapporto GWI, la bussola per navigare nel 2026 punta in una direzione chiara: la fine del marketing basato sulle supposizioni e l’inizio di quello basato sull’intelligenza profonda.
I marketer devono smettere di inseguire l’ultimo trend tecnologico come se fosse un fine e iniziare a usarlo come un mezzo per decodificare la complessità umana. La visione vincente sarà quella di chi saprà integrare l’efficienza dell’IA con la verità granulare dei dati sui consumatori, evitando la trappola della genericità che rende tutti i brand uguali tra loro.
Il successo non deriverà dal catturare l’impulso del momento, ma dall’essere presenti nel silenzio che lo precede. In un mondo dove i social diventano intrattenimento passivo e le nuove generazioni cercano attivamente momenti di disconnessione, i marchi devono diventare parte integrante della cultura e della comunità.
Immaginate il mercato del 2026 come un iceberg. Molte aziende stanno ancora cercando di vendere prodotti a ciò che vedono sopra il livello dell’acqua (gli intenti dichiarati, il tempo speso sugli schermi).
Ma la vera massa dell’iceberg è sommersa: è fatta di desideri latenti, ricalibrazioni digitali e micro-comunità di fan che giocano invece di guardare. Per non scontrarsi, il marketer del futuro non ha bisogno di occhiali più veloci per guardare la punta dell’iceberg, ma di un sonar potente (dati affidabili e IA strategica) per capire cosa si muove nelle profondità. “Solo chi capirà la parte sommersa potrà guidare la nave verso il successo”.
